Lettera aperta sulla valutazione della ricerca
nelle discipline economiche
Giacomo Becattini, Enrico Bellino, Pierangelo Garegnani, Giorgio Lunghini, Sergio Parrinello, Luigi Pasinetti, Pierluigi Porta, Piero Tani, Gianni Vaggi, Alessandro Vercelli.
Si stanno diffondendo
in diversi contesti accademici italiani ed europei, soprattutto nell’ambito
delle discipline economiche, sistemi di valutazione della ricerca basati
su indicatori indiretti, che valutano i singoli contributi di ricerca in
base alla rivista nella quale sono pubblicati, e quindi in maniera non direttamente
dipendente dal loro contenuto e valore scientifico. La qualità di
quest’ultima viene poi misurata da indicatori come l’Impact
factor o attraverso la suddivisione delle riviste scientifiche in ‘fasce’,
che riflettono diversi elementi, quali l’Impact factor stesso
e altri, differenti, a seconda dei casi.
I vantaggi che vengono ascritti a tale modo di procedere sono diversi: per
esempio la rapidità e la facilità di esprimere giudizi anche
su lavori riguardanti argomenti di non stretta competenza del valutatore.
Ma soprattutto si attribuisce a tali criteri un pregio di non arbitrarietà
del giudizio.
In particolare su quest’ultimo punto dissentiamo totalmente. Il fatto
che consideriamo più importante al riguardo è che quel tipo
di valutazione penalizza in modo più o meno marcato tutti i contributi
di ricerca che non si collocano nel flusso degli argomenti studiati e delle
metodologie seguite dalla maggior parte degli studiosi al momento. I contributi
che si occupano di argomenti meno frequentati, per non dire di quelli che
criticano nelle sue premesse l’approccio di base seguito dalla maggioranza
della ‘comunità scientifica internazionale’, o che seguono
strade di ricerca alternative a tale approccio, non trovano praticamente
spazio nelle riviste che più ‘pesano’ oggigiorno nelle
valutazioni. La procedura di nomina dei referees non viene spesso
neppure avviata; gli stessi direttori delle riviste suggeriscono a coloro
che sottopongono i propri articoli di inviarli a riviste ‘più
specializzate’. Una scelta legittima per una rivista; ma non vi è
ragione per cui il merito di un ricercatore debba riflettere l’accordo
con la linea editoriale delle riviste più ‘quotate’.
Viene così attribuito ai direttori e ai referees di alcune
riviste un potere di valutazione generale della ricerca che eccede la loro
funzione naturale. Non per nulla quando l’Impact factor venne
elaborato—per le necessità, ricordiamolo, dei bibliotecari—i
loro inventori misero in guardia contro un suo utilizzo per la valutazione
della ricerca.
Al potere che viene così gratuitamente attribuito a direttori e referees
di riviste di decidere della carriera dei ricercatori si accompagnano poi
conseguenze potenzialmente assai gravi per lo sviluppo della disciplina.
Esse riguardano: a) la libertà della ricerca, poiché è
ovvia la spinta che verrebbe così data ai giovani a dedicarsi ad
argomenti che consentono la pubblicazione sulle riviste in questione, piuttosto
che ai temi per cui si avrebbe uno spontaneo interesse; b) un conseguente
incoraggiamento a conformarsi alle premesse condivise dalla maggioranza
anche nella eventuale intenzione critica, e lo scoraggiamento al lavoro
indipendente e realmente innovativo: l’opposto cioè degli effetti
che una buona valutazione della ricerca dovrebbe avere; c) l’etica
stessa della ricerca, per la spinta al conformismo intellettuale che ne
discende, con il conseguente allontanamento dalla disciplina di chi è
autenticamente interessato alla ricerca. Tra l’altro, essendo le riviste
‘quotate’ per lo più anglosassoni, vi è il pericolo
di soffocare contributi originali suggeriti da tradizioni culturali diverse
(Walras o Pareto, ad esempio, non trovarono certo porte spalancate in riviste
ed editori di quei paesi, sempre aperti a stranieri sì, ma di tendenze
culturali affini).
Non può poi essere dimenticato che l’accesso alle riviste più
‘quotate’ dipende, oltre che da una indubbia competenza nell’ambito
degli indirizzi propri di tali riviste, anche dall’essere inseriti
in una rete di conoscenze che dipendono più dalle capacità
del ricercatore di coltivare rapporti, che dalle sue reali capacità
di ricerca.
L’alternativa a tutto ciò deve essere qualificata, distinguendo
la valutazione dell’operato di singoli docenti-ricercatori (di solito
a fini concorsuali, a conferme e a chiamate) dalla valutazione di istituzioni,
quali dipartimenti di atenei e centri di ricerca (di solito ai fini dell’assegnazione
di risorse). Ci occuperemo qui di seguito del primo tipo di valutazione,
limitandoci nella parte finale ad alcune riflessioni in merito al secondo.
Nel caso della valutazione di singoli ricercatori l’alternativa?sempre
preferibile?è costituita dalla valutazione diretta dei contributi
di ricerca attraverso la loro lettura effettiva da parte di chi
deve valutare, accompagnata da un giudizio specifico su di essi.
I problemi di ordine pratico della rapidità e della non congruenza
dei lavori da valutare con le competenze dei valutatori sono risolvibili:
i primi considerando il fatto che l’innegabile aumento degli studiosi
da valutare implica un automatico allargamento dei potenziali valutatori
e che il compito della selezione potrebbe essere in parte lasciato ai candidati,
chiedendo loro di presentare un numero limitato di lavori; i secondi facendo
ricorso a un ‘esperto’ individuato dal valutatore stesso, il
cui giudizio dovrebbe essere reso pubblico assieme a quello del valutatore.
Naturalmente questi potrà tener conto nella specifica sua valutazione
anche del luogo di pubblicazione dei lavori di ricerca che è chiamato
a giudicare, ma ciò è parte integrante di tale valutazione
e non vi è ragione di richiederla o vincolarla con criteri imposti
dall’esterno.
L’assunzione di responsabilità da parte di chi è chiamato
a valutare, e la trasparenza del procedimento attraverso giudizi resi rapidamente
pubblici (per esempio attraverso Internet), e da cui i valutatori possono
essere essi stessi giudicati, rende in qualche modo difficile o penalizzante
l’adozione di criteri arbitrari: ne dipende la reputazione dei valutatori.
Siamo naturalmente consapevoli degli abusi avvenuti in passato e li stigmatizziamo.
Ci sembra d’altro lato illusorio pensare che questi abusi siano contrastabili
con regole meccaniche. Essi hanno la loro radice nella struttura universitaria,
nel degrado del rapporto maestro/allievo, nelle concentrazioni di potere
che il sistema consente. Ostacolati nelle loro forme tradizionali gli abusi
troverebbero facilmente altre forme come, ad esempio, la manipolazione dei
risultati bibliometrici della cui possibilità e natura si è
autorevolmente scritto. Gli abusi tradizionali sono generalmente espressione
di potere individuale e quindi tendono a una certa indipendenza l’uno
dall’altro: purtroppo essi condizionano negativamente l’esito
di alcuni concorsi; ma l’automatismo delle soluzioni proposte sarebbe
un rimedio peggiore del male, per le ragioni dette sopra. Tale discriminazione
può ledere in modo difficilmente rimediabile lo sviluppo della disciplina,
che come ogni scienza richiede la più ampia libertà di scelta
degli argomenti e delle modalità con cui studiarli, specialmente
in un periodo di diffuso disagio sullo stato complessivo della disciplina
come quello che si registra ormai da diversi anni. Occorre di fatto prestare
attenzione a che, dietro alla difesa di una troppo spesso autoreferenziale
‘serietà degli studi’, non si nasconda l’intenzione
di favorire particolari orientamenti teorici o, peggio, particolari orientamenti
di politica economica. Sappiamo tutti che l’economia è un campo
scientifico assai disturbato dalla potenza degli interessi stessi che è
chiamata a esaminare. Un’atmosfera di assoluta libertà intellettuale
le è quindi indispensabile.
Considerazioni parzialmente diverse ci sembrano possibili per la valutazione
delle istituzioni di ricerca (università, dipartimenti di atenei,
centri di ricerca). Per tale scopo ci sembra comprensibile un parziale riferimento
a indicatori bibliometrici, in quanto in tale ambito il giudizio specifico
sui singoli ricercatori deve lasciare il posto a valutazioni medie. In tal
caso il riferimento a indicatori bibliometrici appare meno dannoso, purché,
naturalmente, tali indici siano privati di tendenziosità e includano
oltre agli articoli su rivista altre pubblicazioni, come le monografie e
i saggi inseriti in volumi collettanei di sicura serietà.(1)
Per concludere: molti sostenitori dell’Impact factor portano
come esempio di buona ricerca quella che viene dagli Stati Uniti. Sembra
appropriato citare una inchiesta promossa dalla nostra Società degli
Economisti tra i responsabili del reclutamento nelle migliori Facoltà
di Economia americane in merito all’uso dei criteri bibliometrici
per valutare la ricerca.(2) Uno di essi, riflettendo peraltro il tenore
delle rimanenti risposte, ha dichiarato ‘Francamente, se i lavori
accademici venissero valutati in questo modo meccanico, gli Stati Uniti
non sarebbero alla guida dell’attività scientifica’.
E noi, dobbiamo proprio sentirci così diversi?
(1) Con riferimento a tale ambito le proposte elaborate da Cristina Marcuzzo e da Giulia Zacchia, di costruire uno o più indicatori a partire dalla banca dati di Econlit ci sembra un accettabile punto di partenza (si veda C. Marcuzzo-G. Zacchia, “L'ECONLIT e gli strumenti per la valutazione della ricerca economica in Italia”, Rivista italiana degli economisti, vol. 2, agosto 2007, pp. 277-306).
(2) Si veda S. Bowles, “La valutazione della ricerca negli Stati Uniti: risultati di un questionario”, Rivista italiana degli economisti, vol. 2, agosto 2007, pp. 255-58.